A maggio, nel pieno della prima ondata di covid-19 in Italia, intravedevo nell’esperienza del lockdown un’opportunità unica per la nostra società di sviluppare una maggior consapevolezza del suo ruolo all’interno del pianeta e del benessere che una natura indisturbata può regalarle. Pensavo che l’ascolto del cinguettio degli uccelli, non soffocato per una volta dal viavai delle macchine, la vista inedita dell’acqua cristallina nei canali di Venezia e, soprattutto, la presa di coscienza collettiva della nostra fragilità di fronte a un fenomeno naturale, avrebbero potuto cambiare radicalmente il nostro modo di pensare e di agire.

Come capita spesso a chi si occupa di ambiente, anche queste speranze sono state puntualmente disattese. Sebbene moniti, che mettevano in guardia contro il ritorno alla normalità, siano apparsi un po’ dappertutto, abbiamo scelto collettivamente di non fermare la macchina. Anzi, abbiamo pigiato con ancora più energia sull’acceleratore, al fine di recuperare il tempo ed il denaro perso. Siamo dunque tornati a non curarci delle conseguenze a breve e a lungo termine, mascherati però di plastica usa e getta e imbottiti di disinfettante.

Monito apparso sulla parete di un edificio a Santiago (Cile): “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema”

L’idea che lo shock economico dovuto al lockdown ci spingesse ad intraprendere riforme strutturali, necessarie ad evitare di finire nuovamente in ginocchio al presentarsi di un’altra calamità naturale, è stata sepolta sotto il mantra del capitalismo, ipocritamente mascherato dall’articolo 1 della Costituzione: “l’Italia è una Repubblica (democratica), fondata sul lavoro”. Che importa il benessere che un certo lavoro apporti alla società? Che importa se tale lavoro possa essere addirittura dannoso per la società o per il lavoratore, in termini ad esempio di costi ambientali e sanitari? Che importa se, come scrive l’antropologo americano David Graeber (morto a Venezia il 2 Settembre scorso), una grande parte della società ritenga che il proprio lavoro sia inutile? L’unica cosa che conta è che non si rimanga imbambolati ad osservare la natura e che si continui a produrre e consumare, produrre e consumare.

A sinistra, il profilo Facebook di Beppe Sala, sindaco di Milano; a destra, David Graeber, antropologo americano autore del libro “Bullshit jobs”

 

Produrre e consum… Ops, neanche a farlo apposta, rieccoci di nuovo confinati. Nonostante la puntuale disattesa delle speranze, eccomi sorpreso ad illudermi nuovamente. La natura si fa risentire e ci si ripresenta, ancora una volta, l’opportunità di riflettere e di cambiare rotta. Per quanto tempo ancora, però, durante le pause dal brusio artificiale, troveremo il canto degli uccelli a ricordarci chi siamo? Quanti lockdown e quanti eventi metereologici estremi (in Italia, 563 negli ultimi 9 anni) dovranno susseguirsi prima di accettare che questo sistema socioeconomico sia insostenibile? Per quanto tempo ancora potremo andare avanti adattandoci ai problemi, senza tentare seriamente di mitigarli? Quante mascherine dovremo ancora indossare e quante tonnellate di disinfettante dovremo disperdere nell’ambiente, prima di volgere la nostra attenzione verso l’origine del problema? Quanti MOSE dovremo costruire, prima di spegnere il fuoco che fonde i ghiacciai?

 

Il progetto MOSE a Venezia, un sistema di paratie mobili volto a proteggere Venezia dalle acque alte. Sebbene ancora in completo, il 10 Luglio scorso ha funzionato per la prima volta. Il Mose può proteggere Venezia e la laguna da un innalzamento del livello del mare fino a 60 centimetri. Tuttavia, si stima che il livello medio del mare a Venezia nel 2100 sarà più alto rispetto ad oggi tra i 60 e gli 82 cm.

 

Mentre l’attenzione mediatica è focalizzata sulla pandemia, l’ambiente naturale continua ad essere divorato e la concentrazione di gas a effetto serra in atmosfera continua a salire (413 parti per milione di CO2 oggi, due in più rispetto all’anno scorso). Di questo passo, tra meno di 50 anni un terzo di tutte le specie presenti sul pianeta potrebbero estinguersi, compresi gli uccelli che popolano i nostri giardini. Il più grande serbatoio di biodiversità sulla terra, le foreste tropicali, continuano a bruciare. Più di 17 mila incendi sono stati registrati a ottobre nella foresta Amazzonica, più del doppio rispetto all’ottobre scorso. Contemporaneamente, una superficie superiore a quella occupata dall’intera Lombardia è stata divorata dalle fiamme nel Pantanal, la più grande zona umida del mondo situata tra Brasile, Bolivia e Paraguay.

 

 

 

Confronto del numero di incendi registrati sino al 12 ottobre di quest’anno nella regione del Pantanal rispetto agli anni precedenti. Fonte: New York Times.

 

Le foreste in Sudamerica oggi bruciano, direttamente o indirettamente, per tre ragioni principali, concatenate tra di loro.

La prima è il consumo di carne. La maggior parte dei roghi nelle foreste tropicali è di origine dolosa. Sebbene legname e risorse minerarie contribuiscano all’accaparramento di terre (land grabbing), la ragione principale per cui gli incendi vengono appiccati è per fare spazio alle multinazionali della carne. Nei terreni liberati dalla foresta vengono portati a pascolare i bovini e si inizia a coltivare soia. Bisogna ricordare che la soia coltivata in Sudamerica è esportata in tutto il mondo, utilizzata come principale fonte di nutrimento negli allevamenti. Se la domanda di carne cresce, la richiesta di terra per coltivare la soia aumenta. Se non fossero i paesi sudamericani a dare il lasciapassare alle multinazionali, il problema sarebbe semplicemente spostato in un’altra località. Un esempio: le foreste tropicali del sud-est asiatico, deforestate per fare spazio a monocolture di palma da olio.

 

Una coltivazione di soia su terreni deforestati dell’Amazzonia. Solo una piccolissima parte della soia coltivata è utilizzata come alimento per l’uomo, mentre la quasi totalità è utilizzata come mangime per animali allevati.

 

La seconda ragione è il cambiamento climatico. Climi sempre più caldi e secchi favoriscono lo svilupparsi e il propagarsi degli incendi. Ad esempio, la siccità resa estrema dal riscaldamento globale ha reso la regione del Pantanal un’immensa polveriera quest’anno. Sebbene non se ne senta parlare tanto quanto gli incendi dello scorso anno in Australia, quest’evento è una tragedia ecologica di dimensioni colossali. Infatti, oltre ad essere una delle aree più ricche in biodiversità al mondo, il Pantanal gioca un ruolo fondamentale nella regolazione del ciclo idrologico del continente americano e in quella del carbonio dell’intero pianeta. Oltre a mettere a rischio la sopravvivenza di un’innumerevole quantità di specie, deforestazione e incendi, favoriti dal riscaldamento globale, ne sono a loro volta responsabili attraverso una riduzione della capacità di assorbimento naturale del carbonio atmosferico e il rilascio del carbonio stoccato nel suolo milioni di anni fa. Se il trend di emissioni non dovesse cambiare, la temperatura media nel Pantanal potrebbe aumentare del 10,5% al 2050 e il volume di pioggia ridursi del 3%, rendendo gli incendi sempre più travolgenti.

Infine, le foreste continuano a bruciare per negligenza politica, incarnata in maniera esemplare dal presidente brasiliano in carica, Jair Bolsonaro. L’indebolimento di politiche di protezione ambientale in nome dello sviluppo economico ha causato sotto la sua guida un acceleramento improvviso di incendi e deforestazione. L’ultimo allentamento delle politiche di tutela ambientale è stato firmato in piena pandemia, sbattendo la porta in faccia al possibile collegamento tra deforestazione e diffusione del virus e ai maggiori rischi per la popolazione di ammalarsi, a causa del fumo emesso dagli incendi.

 

 

Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. In un’intervista, Bolsonaro ha consigliato di andare in bagno solo una volta ogni due giorni per proteggere l’ambiente.

 

Nonostante sia impossibile illustrare il collegamento diretto tra l’azione di un singolo cittadino italiano e il divampare di un incendio in Sudamerica, indirettamente siamo tutti responsabili. Il nostro consumo di carne è quasi doppio rispetto alla media mondiale e le nostre emissioni di gas a effetto serra continuano ad alimentare il riscaldamento globale. Inoltre, partiti dichiaratamente favorevoli alle politiche di Bolsonaro e che, in aggiunta, negano l’esistenza dei cambiamenti climatici, godono di un enorme consenso popolare. Anche se ci sembra difficile da capire o da accettare, quando compriamo un pezzo di carne, quando bruciamo combustibili fossili, o quando supportiamo personaggi che sminuiscono le problematiche ambientali, stiamo indirettamente gettando benzina sul fuoco che divora le foreste sudamericane. Di rimando, la situazione climatica ed ecologica peggiora anche qui da noi. Si riduce così, di anno in anno, la probabilità che al prossimo lockdown troveremo un ecosistema intatto a ricordarci che pure noi ne facciamo parte. Ora che siamo a casa e si sentono ancora gli uccelli cantare, ascoltiamo il loro monito e accordiamoci per lavorare da subito, al loro fianco, al risanamento del nostro giardino di nome Terra. Potrebbe essere una delle ultime occasioni.

 

Il forapaglie è una delle specie di uccelli presenti sul territorio italiano a rischio estinzione. Foto: Marek Szczepanek

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Alessandro è un ingegnere ambientale e lavora attualmente come funzionario scientifico presso il centro comune di ricerca (JRC) della Commissione Europea. Si occupa di impatti ambientali e di sviluppo sostenibile. Collabora con SIMBIO dal 2015 ed è attualmente membro del comitato scientifico.